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Dispacci dall’Indocina #14 – Le migliori rovine del mondo

  • Writer: Alvise Bortolato
    Alvise Bortolato
  • Dec 30, 2025
  • 8 min read

“In quella falsa alba blu le Pleiadi sembravano levarsi nell'oscurità sopra il mondo trascinando con sé tutte le stelle, mentre il gran diamante di Orione, Cepella e il marchio di Cassiopea sembravano una rete da pesca gettata nel buio fosforescente. Rimase là a lungo ad ascoltare il respiro degli altri che dormivano e a contemplare la natura selvaggia fuori e dentro di sé.”

 

Cavalli della Pianura - Cormac McCarthy

 

Il narratore itinerante è momentaneamente sottratto all’intrico dei rapporti sociali, di famiglia e di casta cui di norma appartiene, proiettato in un universo di imponderabile diversità.”


 

 Quando viaggiare era un’arte - Antonio Birilli

 

 


10, 11, 12 febbraio 2023 | Siem Reap

 

Le brandine del bus notturno sono progettate per stature che non sono la mia. Distribuite su due livelli, sembrano cripte di una necropoli itinerante. Alice, coi suoi 165 centimetri, ci sta a malapena. Il mezzo sobbalza e ondeggia, e per riuscire a stendermi sono costretto a invadere il corridoio coi piedi. Ogni tanto qualcuno ci inciampa. Nella semi-oscurità si susseguono fioche luci multicolor. Vinto dalla stanchezza, riesco pure a dormire qualche ora.

 

Arriviamo a Siem Reap poco prima dell’alba. Nella ressa della stazione Sam è il più svelto nell’accalappiarci, afferrare i nostri zaini e piazzarli sul suo triciclo, un carretto trainato da una motoretta scassata. Mentre ci allontaniamo diretti all’hotel, si offre di portarci in giro per i templi nei giorni seguenti. Qui ogni autista è anche un’autocertificata guida turistica. Non penso avremo voglia di escogitare metodi più sofisticati per scegliere il nostro cicerone, quindi perché non dargli fiducia?

Scivoliamo per le strade della città mentre la luce cresce nel crepuscolo. Nonostante l’ora la gente fa ginnastica nei parchi, il mercato è già aperto e frenetico. Capiremo in seguito che è l’unico modo per sfruttare le poche ore in cui il caldo della stagione secca allenta la sua presa.

 

Lasciamo i bagagli in hotel e torniamo in città a fare colazione. Incappiamo in quella che sembra essere la bakery più fighetta della città. Difficile distinguere se ci si trovi qui o a Milano o Miami.

Passeggiamo senza una reale metà per il centro, finché il caldo si fa insopportabile. Dopo una breve attesa nella hall dell’hotel, otteniamo la stanza. È affacciata sulla piscina e, soprattutto, spaziosissima. Dopo un riposino usciamo a caccia di cibo mentre il sole scompare all’orizzonte. Ci conviene coricarci presto, la sveglia è puntata alle 3:30.

 


 

Ci trasciniamo fuori dalla stanza che è notte fonda, l’aria carica di umidità che rinfresca la pelle. Sam è fuori ad aspettarci, stravaccato sul tuk tuk. Placido e paffuto, ci accoglie con entusiasmo. Alice ed io rabbrividiamo abbracciati nella mezz’ora di viaggio fino all’ingresso dei templi. Angkor Wat sonnecchia nell’oscurità che precede l’alba.

Ci sediamo sui gradoni che contengono il bacino artificiale, proprio accanto al Raimbrow Bridge. Il ponte in arenaria che conduce all’entrata principale e che simboleggia il passaggio dall’umano al divino. Arrivano altri turisti assonnati, sagome di volti rischiarate dagli smartphone. Odore di pietra umida, il fumo delle sigarette accese nell’attesa.

 

Poi, poco prima delle sei, un bagliore violaceo inonda il cielo crescendo da Oriente. I templi iniziano ad emergere dall’oscurità, profili turriti che si riflettono sull’acqua calma punteggiata da ninfee. Pipistrelli sfrecciano radenti alla superficie del lago, cacciano con scarti rapsodici e traiettorie imprevedibili. I cancelli si aprono e iniziamo a sciamare verso i templi mentre l’alba esplode.



 

A Angkor Wat ci si confronta con qualcosa di sbalorditivo. Credo che, come la gran parte degli europei (figurarsi degli americani), la storia europocentrica mi abbia portato a sottovalutare la grandezza di certi popoli. Cosa può esserci di più maestoso delle rovine lasciate dall’Impero Romano, o dalle monarchie europee ai loro apogei? Cosa vuoi che abbiano combinato i Khmer, che si incontrano nella storia più che altro per Pol Pot e il suo sanguinario regime? Invece l’impero durò sei secoli e mezzo e arrivò ad estendere la sua influenza su buona parte degli odierni territori di Thailandia, Laos e Vietnam meridionale.

 

Dedicato a Visnù prima di diventare buddista, Angkor Wat è il più grande monumento religioso al mondo. Ogni pietra è scolpita con minuzia, cesellata da artigiani i cui nomi sono stati erosi dall’oblio della Storia. Vi vaghiamo qualche ora storditi dalla meraviglia di questo luogo, forse l’opera dell’uomo più impressionante che abbia mai visitato. Il sole s’è alzato e inizia a scaldare la pietra su cui scivolano serpentoni di turisti capitanati dalla guida con bandierina di riferimento. Noi ci aggiriamo a sentimento, seguendo le ombre e le luci delle architetture, schiavando la calca.

 


Raggiungiamo Sam e ripartiamo col tuk tuk. Ho ancora con me l’erba comprata a Koh Rong Sanloem con cui rendere più gradevoli gli spostamenti tra un templio e l’altro. Il tri-ruote ronza al massimo dei giri scivolando lungo le strade che tagliano la campagna arsa. La Cambogia è una nazione profondamente rurale, con oltre il 97% della popolazione coinvolta nell’agricoltura – spesso di sussistenza. Case su palafitte a protezione delle inondazioni, campi cotti dal sole e anneriti dagli incendi controllati, i segni dei raccolti recenti, le spaccature sul suolo arido, le vacche smunte che si aggirano in cerca di qualcosa da brucare, qualcuno pesca lungo i canali d’irrigazione oramai ridotti a rigagnoli. La stagione secca rende l’aria all’orizzonte rovente e tremolante. Ogni cosa è immersa in una luce abbacinante.

 


Sprazzi di vita rurale sono l’intervallo tra un sito archeologico e l’alto. La lamiera del tuk tuk che si arroventa mentre fumo senza che Sam sollevi alcuna obiezione. Pre Rup, il crematorio reale, il raffinato e leggero Banteay Srei, scolpito in pietra rossa da sole donne, Preah Khan, imponente e labirintico,

Neak Poan, circondato da uno smisurato lago artificiale. Mi chiedo sempre quanto splendore dovesse esserci da queste parti, presumendo che gran parte degli ornamenti e delle strutture fossero costruiti in materiali deperibili come il legno, o distrutti da nemici o depredati nel corso dei secoli. La quantità di pietra impiegata e la cura messa nello scolpire ogni blocco è sbalorditiva.

 

Alla fine, anche di imperi immensi e potentissimi, di tutta la strabordante bellezza prodotta dalle loro ricchezze, altro non resta che rovine da contendersi con la voracità della giungla tropicale. Sic transit gloria mundi.


 

Il giorno seguente continuiamo a gironzolare tra templi sul tuk tuk di Sam. Fuori da Bayon, dei monaci pregano sotto a una statua del Buddha. Uno di loro ci fa cenno di avvicinarci. Appena siamo a portata di tiro attacca con una presunta benedizione, al termine della quale ci chiede del danaro. Una tristezza.

 

Mentre i turisti, armati di telefono e fotocamere, cercano di immortalare ogni angolo dei templi, ho l’impressione che le uniche creature a godersi il posto siano le scimmie intente a tuffarsi nelle piscine dei Khmer. Per noi rovine da ammirare, per loro roba viva, un parco giochi assolutamente godibile e rifornito dal cibo dei visitatori.

Strafatto di erba e clima tropicale mi abbandono alla volontà di Sam che è molto zelante nel voler farci vedere quanto più possibile. Muri di cinta interminabili assediati dalla vegetazione, piramidi che sbucano oltre le chiome degli alberi, ospedali e università. La conservazione qui mira a mantenere un equilibrio tra natura e architettura. Chissà come vivevano i Khmer al loro massimo splendore.


 

Sam capisce che siamo stufi dei templi e, appurato che non riuscirà a spremerci altri dollaroni, ci riaccompagna in hotel nel tardo pomeriggio. Qualche ora dopo siedo solo in una mangiatoia. Non ho propriamente ordinato, ho tentato di chiedere un piatto qualsiasi a un cameriere che non parlava inglese. Ho solo ripetuto Khmer qualche volta, gesticolando e mimando l’atto di mangiare, sperando servisse a identificare qualche cibo locale. I camerieri, che mi sembrano tutti consanguinei, mi osservano incuriositi. Poco dopo mi portano una birra, cosa che mi pare un inizio incoraggiante. Invece no, perché la birra è l’unica cosa che mi servono. Dopo mezz’ora da quando mi son seduto, senza speranza di ottenere cibo, pago e me ne vado.

 

 

13, 14, 15 febbraio 2023 | Battambang

 

Il caldo è asfissiante mentre lasciamo Siem Reap diretti a Battambang. Si suda anche solo a respirare all’ombra. La campagna è arroventata, le risaie aride e colonne di fumo bianco si alzano dai campi a cui i contadini danno fuoco dopo il raccolto. Il termometro del van segna 36°. Chissà se questo luogo è destinato a diventare un deserto, o se qualcuno tenterà di reinverdirlo.

 

Tre ore e passa di viaggio ci consegnano a Battambang. Caotica, vibrante e polverosa. Sembra ben più autentica delle tappe precedenti. Ci pizziamo nello Sky Palace Botique Hotel, lungo una strada sterrata ma a un quarto d’ora dal centro. Il nome non ha nulla a che fare con la struttura, ma tant’è.

Per cena ci abbuffiamo di ottimo cibo indiano da Masala House, ubicato all’interno del quartiere semi-coloniale che funge da centro città. La musica si sparge da impianti gracchianti e raffazzonati animando la notte umida.

 

Il giorno seguente recuperiamo un motorino per esplorare i dintorni della città. Risaliamo lungo il fiume Sangker. La campagna si dipana, piccoli insediamenti come centri nervosi lungo le arterie asfaltate che li connettono. Al centro, spesso, il templio. Il paesaggio secco e tremolante, le mucche che pascolano alla ricerca di qualcosa da strappare all’aridità, bambini giocano con gli aquiloni sui campi brulli.

 

Pranziamo lungo il fiume, su sedie di plastica rossa tra cui la proprietaria del baracchino lava il figlio piccolo in una tinozza, aggiungendo una teiera d’acqua calda alla volta. L’infante gioisce schizzando tutt’attorno.

Al crepuscolo, dopo aver gironzolato ancora tra templi e colline, andiamo a vedere una colonia di pipistrelli pronta a uscire dal fianco della collina per disperdersi nella notte.

Per la solita piccolezza del mondo, rincontro per caso Lina, ragazza mezzo giapponese e mezza tedesca che avevo conosciuto con Nicolò al Bako Park, nel Borneo Malese.


 

Saremo un gruppetto di una trentina, appollaiati su sassi e tronchi sul fianco orientale del colle. Da una fessura in cui farei fatica a entrare, inizia la fuoriuscita dei chirotteri. Un flusso di corpicini neri, all’inizio singhiozzante, diventa una colonna densa di sorci alati che sembrano sputati fuori dal ventre della terra. Sono così tanti che i loro battiti d’ala si fanno suono man mano che il crepuscolo si smorza e, per loro, inizia la giornata.

 

Mi era capitata una cosa simile nell’arcipelago di Komodo, in Indonesia, quando ormeggiammo fuori da un’isoletta da cui per mezz’ora si levò una colonna di volpi volanti. Anche allora, era l’estate del 2018, ad ammirare lo spettacolo comodamente poggiata sulla mia spalla c’era Alice.

 

 


16 febbraio 2023 | Battambang, Poipet, Bangkok

 

Reinneschiamo la modalità nomade e c’avviamo a cambiare nazione. Riconsegnamo il motorino e raggiungiamo in tuk tuk la stazione dei bus. Ci attende un mini-van diretto a Bangkok. Ho ancora metà dell’erba comprata a Koh Rong Sanloem, così decido di nasconderla nel bagno degli uffici di una delle compagnie di trasporto. Chissà quale sarà il suo destino, quando e da chi verrà trovata. C’è sempre un gusto particolare ad immettere nel mondo una scheggia di caos, di imprevedibilità.

 

Vengo ripagato dall’universo con la stessa moneta: non usciamo nemmeno dalla periferia di Battambang che il van ha un guasto e dobbiamo fare una sosta dal meccanico. Perché privarsi di un’ora di ritardo quando si hanno quasi 400 km da affrontare e una frontiera da varcare?

 

È ora di pranzo quando raggiungiamo Poipet, orrida cittadina di confine la cui essenza sembra essere costituita da speculazione edilizia, incuria e sporcizia, prostituzione e gioco d’azzardo. Oltre il confine con la Thailandia è vietato, ergo i casinò affollano questo lato della frontiera.

Il confine si attraversa immancabilmente a piedi, coi propri averi sulle spalle come veri migranti. Inutile dire quanta distanza ci sia tra noi e chi rischia la propria vita per cercarsi un futuro migliore. Dopo circa tre mesi, sono di nuovo in Thailandia. La sensazione che l’anello stia per chiudersi è intensa. Invece, come sempre, è una spirale. La vita non procede mai per cerchi perfetti, ma per traiettorie sghimbesce e irregolari che formano spirali in continua evoluzione, aperte al possibile. Oggi illusoria chiusura altro non è che un nuovo universo che si spalanca.


 

Un’ora seduti ai margini di un piazzale in attesa che il van per Bangkok si riempia. Oltre a noi due, ci sono cinque thailandesi di mezza età che sgranocchiano cibo e chiacchierano, forse reduci da un fine settimana tra i casinò di Poipet. Si rivelano estremamente gentili e disponibili quando chiedo loro qualche minuto di silenzio per partecipare a una riunione. Tutto fila liscio e dagli uffici di Milano nessuno sembra anche solo immaginare che il loro interlocutore sia a bordo di un van che taglia la campagna siamese.

 

Man mano che ci avviciniamo a Bangkok cresce l’acquolina in bocca a pregustare i manicaretti di cui ci abbufferemo. Come si può non provare gioia al tornare in una città simile?

 

 

 

 

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